8 MARZO CONFESERCENTI: CONTINUA A CRESCERE IL NUMERO DELLE IMPRESE FEMMINILI MA LA LORO VITA IMPRENDITORIALE SI ACCORCIA. SONO DISCRIMINATE NEI DIRITTI RISPETTO ALLE LAVORATRICI DIPENDENTI.

08 marzo 2018

Nel 2017 le attività guidate da donne sono 1,3 milioni, ed una su tre è nel commercio e nel turismo. Grazie a turismo, cura della persona, attività professionali e di supporto aziendale, le imprese femminili sono cresciute di 10mila in più nel 2017.In Puglia il saldo attivo del 2017 è di +327.

Donne d’impresa crescono. A fine 2017, sono quasi 10mila in più le imprese femminili iscritte al Registro delle Camere di commercio italiane rispetto all’anno precedente, quasi 30mila in più rispetto al 2014. Con questo aumento costante, l’esercito di oltre un milione e 331mila attività produttive a conduzione femminile rappresenta oggi il 21,86% del totale delle imprese (era il 21,76% l’anno precedente).

In Puglia sono cresciute di 327 unità e sono quasi 88mila, su un totale di 380mila, dunque il 23,07 %, dato al di sopra della media nazionale.

Non si ferma la crescita dell’imprenditoria femminile. Nel 2017 il numero di attività guidate da donne è aumentato dello 0,7% rispetto al 2016 arrivando a quota 1.331.367, di cui più di una su tre nel commercio e nel turismo. Non mancano, però, le criticità. Il calcolo della speranza di vita delle imprese femminili (ovvero l’età media alla loro cessazione) fa emergere infatti in generale un gap tra queste e la media complessiva di 1,6 anni in meno di possibilità di sopravvivenza. Questo dato peggiora per le imprese della ricettività, arrivando a 2 anni, è nella media per il commercio al dettaglio (1,5 anni) ed è più basso (ma riferito a una media anch’essa più bassa, per la ristorazione (0,5 anni). È quanto emerge da un’indagine sull’imprenditoria femminile, con un focus su commercio e turismo, condotta da Confesercenti a partire dall’elaborazione dei dati Infocamere.

DISCRIMINATE 2 VOLTE. Le imprenditrici e le lavoratrici autonome scontano, oltre agli ostacoli di genere, anche una forte disparità di trattamento rispetto alle lavoratrici dipendenti. Un’iniquità che emerge con particolare forza per quanto riguarda il sostegno alla maternità, per la quale le autonome ricevono poco più della metà (il 54,9%) dei benefici previdenziali concessi alle donne dipendentiper un totale di oltre 6.100 euro in meno per figlio.

Il sostegno alla maternità, purtroppo, non è l’unico ambito in cui le imprenditrici e le lavoratrici indipendenti soffrono una disparità nei confronti delle colleghe dipendenti. Le autonome, infatti, non possono accedere alla famosa legge 104/92, che permette di beneficiare di 3 giorni al mese di assenza retribuita dal lavoro per la cura dei parenti inabili; e, ancora, nemmeno dei congedi retribuiti fino a due anni per assistenza a persone con handicap grave, come stabilito invece per le dipendenti. Una lunga teoria di svantaggi che sfavorisce pesantemente la possibilità di maternità delle imprenditrici e delle autonome. E se in Italia, complessivamente, lavora il 54,3% delle madri, solo il 15,7% delle imprenditrici e delle professioniste con un figlio ha un impiego. Dati che fanno emergere chiaramente come il problema non sia solo delle autonome, ma di tutto il Paese.

“Ogni anno 22mila imprenditrici, in Italia, si imbarcano nell’avventura di aprire un’attività. Ma le disparità di genere e le iniquità gravano come un’ombra sul lavoro femminile indipendente. Come mostra la nostra indagine, il fenomeno è evidente per la maternità, fronte su cui le imprenditrici sono svantaggiate anche rispetto alle lavoratrici dipendenti”, commenta il Presidente di Confesercenti Patrizia De Luise.

“La questione dell’impresa femminile, però, non si ferma al welfare: tanto è vero che le imprese rosa hanno una vita media inferiore di 19 mesi rispetto a quella complessiva dell’economia. E accanto a gap quantificabili, come appunto i benefici previdenziali o la vita media dell’impresa, ci sono una serie di discriminazioni meno dimostrabili, che però ci vengono puntualmente ricordate dalle associate. Le imprenditrici hanno più difficoltà degli uomini, ad esempio, a prendere un locale in affitto o ad assicurarsi, persino ad ottenere un prestito. Bisogna intervenire: ci aspettiamo che chiunque governi metta l’impresa femminile tra le priorità, equiparando finalmente il welfare tra autonome e dipendenti ma anche investendo maggiori risorse nelle politiche di conciliazione per tutti, a prescindere dal lavoro. Serve, però, l’impegno di tutti. L’8 marzo dovrebbe essere un momento di verifica: come Confesercenti abbiamo deciso di farne la data in cui comunichiamo il bilancio del nostro impegno a favore del lavoro femminile: nel 2017 con il nostro sistema abbiamo stanziato oltre 13 milioni di euro per le lavoratrici dipendenti, in formazione continua, assistenza sanitaria integrativa ed enti bilaterali. Se tutti quantificassero il loro impegno, avremmo un’idea di quanto realmente facciamo per risolvere il problema”.

 

 

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